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Quando le vendite online diventano impresa per il fisco

Stavo leggendo un interessante articolo del Commercialista Telematico a firma di Davide Liberato Lo Conte dal titolo “Vendite online e fiscalità: da occasionali a attività d’impresa dopo DAC7 e Cassazione” e in pratica ci racconta che negli ultimi anni il mercato delle vendite online tra privati è esploso. Piattaforme di Marketplace hanno trasformato ognuno di noi in potenziale venditore, spesso senza una reale percezione delle implicazioni fiscali. Quello che nasce come semplice attività occasionale può però assumere una dimensione economica più strutturata. Ed è proprio su questo punto che arrivano due novità decisive: la sentenza della Cassazione n. 7552/2025 e l’entrata a regime della Direttiva europea DAC7 (quest’ultima già dal 2023-2024).

Quando le vendite online diventano attività d’impresa

Oggi il fenomeno più evidente arriva da TikTok, che si è trasformato in un vero “Postalmarket sociale”: ogni tre video trovi un venditore. Il confine tra intrattenimento e commercio è diventato sottilissimo. Il vero criterio chiave non è il valore dei beni venduti, né la piattaforma utilizzata, ma la ripetitività. La Cassazione ha chiarito che un’attività qualificabile come impresa esiste anche senza un negozio, senza dipendenti o senza una struttura organizzata. Ciò che fa la differenza è la presenza di:

  • frequenza e continuità delle vendite,
  • un minimo di organizzazione (gestione stock, annunci, pagamenti digitali),
  • finalità lucrativa, anche se limitata.

Quando questi elementi ricorrono, non si è più davanti a una semplice “vendita di oggetti usati”, ma a un’attività commerciale vera e propria. E questo comporta obblighi fiscali.

DAC7

La Direttiva DAC7 introduce un meccanismo di controllo automatico. Le piattaforme digitali devono comunicare all’Agenzia delle Entrate i dati dei venditori che superano almeno una delle due soglie:

  • 30 operazioni annue
  • 2.000 euro di ricavi

Questo significa che chi supera determinate soglie viene segnalato automaticamente, anche se non ha aperto partita IVA o non ha dichiarato i proventi.

L’effetto TikTok

Nella mia attività professionale noto sempre più spesso che molti creator iniziano a vendere quasi per gioco. Pubblicano un video, ottengono visibilità, arriva qualche ordine e l’attività prende forma senza una vera pianificazione. TikTok, offrendo logistica e spedizioni integrate (“spedito da TikTok”), dà l’illusione che tutto sia semplice.

Ma la realtà è diversa. Anche quando la piattaforma mette a disposizione un “magazzino”, qualcuno quel magazzino lo deve riempire. E quel qualcuno è il venditore, che deve procurarsi prodotti, anticipare costi, gestire fornitori e valutare le scorte. Questo aspetto è il primo shock per molti di quelli che si rivolgono a me: TikTok è un acceleratore, non un sostituto della gestione commerciale. A meno che non parliamo di dropshipping.

Vendere non è uguale a fare impresa

Dopo l’entusiasmo iniziale, il confronto con la realtà fiscale è inevitabile. Prima analizziamo i costi: approvvigionamento, logistica, resi, commissioni, pubblicità. Poi parliamo di regimi fiscali: forfettario, regime semplificato oppure ordinario, obblighi IVA. È qui che emerge un problema ricorrente:

il creator vende come un’impresa, ma non ragiona come un imprenditore

Il vero punto critico è la mentalità

La difficoltà più grande, nelle consulenze, non è aprire la partita IVA o scegliere il regime fiscale. È aiutare persone che hanno iniziato “per caso” a capire che stanno facendo impresa. E fare impresa richiede mentalità, non solo creatività.

Consiglio del Commercialista – Michele Vito Falagario

Meglio valutare l’attività quando ancora è piccola, piuttosto che correre ai ripari dopo. Una verifica preventiva — sui numeri, sulla sostenibilità e sulla fiscalità — può trasformare un’idea improvvisata in una micro-imprenditorialità consapevole e sostenibile.