L’8 gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha pubblicato una sentenza destinata a far discutere: Ferrieri e Bonassisa c. Italia. Il caso nasce da richieste dell’Agenzia delle Entrate alle banche per ottenere informazioni sui conti, movimenti e operazioni finanziarie dei ricorrenti nell’ambito di verifiche fiscali.
Il punto importante è questo: la CEDU non ha detto che il Fisco non possa controllare. Ha detto che, così come sono scritte e applicate le regole, il sistema italiano non offre garanzie sufficienti contro possibili abusi, e quindi l’interferenza nella “vita privata” (articolo 8 della Convenzione) non è stata considerata “conforme alla legge”.
Perché è una sentenza che tocca i contribuenti
Quando lo Stato accede ai dati bancari non sta guardando solo numeri: sta entrando in una parte molto rivelatrice della vita di una persona (entrate, spese, abitudini). La CEDU ricorda che anche questi sono dati personali e rientrano nella tutela della vita privata. Secondo la Corte, il problema si rileva in due grandi carenze:
1) Regole troppo vaghe, ovvero discrezionalità troppo ampia
Le norme italiane permettono l’accesso ai dati bancari per finalità di controllo fiscale, ma non definiscono in modo abbastanza chiaro quando si può farlo e con quali limiti. In pratica, il rischio è che l’autorità abbia una libertà eccessiva nel decidere sia l’avvio del controllo sia l’ampiezza delle informazioni richieste.
2) Poche “reti di sicurezza” per il cittadino
Per la CEDU, serve un controllo efficace da parte di un giudice o di un organismo indipendente. La Corte osserva che, nel sistema attuale, la possibilità di far valere le proprie ragioni può essere incerta o arrivare troppo tardi (ad esempio solo dopo un eventuale accertamento).
Cosa dovrebbe fare l’Italia dopo questa condanna
Qui c’è la parte più forte: la CEDU parla di problema sistemico. In sostanza, l’Italia deve mettere ordine con regole più precise, indicare chiaramente in quali casi si può accedere ai conti, pretendere motivazioni verificabili e prevedere un controllo effettivo (giudiziario o indipendente), anche tenendo conto della cooperazione fiscale internazionale.
Cosa aspettarsi, in concreto
Nel breve periodo non significa “stop ai controlli”. Significa che il legislatore e la prassi dovranno muoversi per evitare nuove condanne e nuovi ricorsi. Anche perché la Corte, già nel 2025, aveva criticato altre regole italiane sui poteri ispettivi in ambito fiscale (caso Italgomme).
Un consiglio pratico dal commercialista – Michele Vito Falagario
Se ricevi una comunicazione dalla banca o dall’Agenzia delle Entrate relativa a richieste di dati finanziari, non sottovalutarla. Conserva tutta la documentazione (email, PEC, lettere) e rivolgiti subito a un professionista di fiducia. Oggi più che mai è fondamentale capire se la richiesta è proporzionata, se ha un perimetro chiaro e se rispetta le garanzie previste per il contribuente.
Nelle strategie di tutela, il tema non è uno scontro tra “privacy e Fisco”. Il vero equilibrio sta tra controlli fiscali legittimi e regole chiare con adeguate garanzie. L’accesso ai dati può essere ammesso, ma deve essere motivato, circoscritto e verificabile.
Diventa quindi essenziale ricostruire – e far risultare agli atti – perché l’amministrazione è arrivata a quelle richieste, quali anni e quali rapporti bancari sono coinvolti, e se l’indagine appare mirata o invece troppo ampia e “esplorativa” rispetto al rischio fiscale concreto.